A chi (o a cosa) servono gli eventi digital?

30 Flares 30 Flares ×

eventi-digital

Uno spettro si aggira per le sale di meeting, workshop, festival, event, convention o come i più maligni le chiamano “sagre” del digital italiano. Un fantasma più timido del Boo di Super Mario, quello che se lo guardi in faccia si copre tutto arrossito, quasi a negare di essere lì. Lo spirito del dubbio che si insinua in ogni presente a quello che è, fuor da etichette, un momento di socialità offline e che ti fa pensare:

Ma ho fatto bene a venire qui, oggi?

Avendo una piccola esperienza anche dell’altra parte della sala, come relatore, sarebbe ipocrita (come un idraulico che si accontenta di un pezzo di torta per aver salvato la principessa) dire di essere esente da ogni tipo di perplessità, al di sopra delle parti, su una nuvola come un Lakitu.

L’esplosione degli eventi digital (2013-2016)

Di certo non ho l’esperienza dei colleghi presenti fin dalla notte dei tempi del digital italiano – non fosse solo che per una questione anagrafica – ma il decennio di attività sta lì dietro l’angolo. Pensando solo a poco più di un lustro fa, imperversava ancora la Wii e partecipavo come corsista al mio primo corso SEO Training. All’epoca, LETTERALMENTE c’erano 4 corsi in croce. Nel giro di pochi anni, per semplicità identifico l’ultimo triennio come focale, è letteralmente esploso il settore e come ogni big bang ci sono state – e ci saranno – evoluzioni e linee invece meno fortunate e quindi interrotte. Si tratta della vita, si tratta del mercato.

Un’impennata così repentina, più drogante di una stella che ti fa correre come un matto mentre intorno è tutto un caleidoscopio di suoni e colori, ha dato vita a due “partiti”, due versioni moderne degli apocalittici e degli integrati di echiana memoria.

Apocalittici

Siete tutti dei fuffaroli!

Un mood che è pare insito nell’italiano medio fuori dai giochi, di quello che parla senza conoscere o di quello che invece c’è dentro con tutte le scarpe e improvvisamente sbrocca e si prende male. Di base, non è un atteggiamento costruttivo ma si può provare a de-strutturarlo come una serie di blocchi da prendere a testate (nella peggiore delle ipotesi, è terapeutico). Ecco quali sono le argomentazioni degli apocalittici degli eventi digital:

  1. “Chi sa fa, chi non sa insegna”.
  2. Si tratta sempre della solita minestra riscaldata.
  3. Nessuno porta mai i propri numeri ma solo casi esteri.
  4. Si parla del nulla.

Chi sa fa, chi non sa insegna“. A luoghi comuni si può solo che rispondere con altri luoghi comuni ovvero “niente disseta più di un buon bicchier d’acqua” citando la saggezza popolare di Lillo e Greg. Vero è che non poche volte si sono visti salire in cattedra personaggi in cerca d’autore, ma anche il più scaltro paraculo ha qualcosa da insegnare. Tipo, la soft skill di relazioni umane che si è riuscito a costruire (attenzione! Su questo punto stra-importante ci torno dopo). No, davvero, soprattutto in epoca Social si guarda PRIMA al personaggio e POI a quello che fa. Puoi urlare quanto vuoi “Maaaarrioooo” ma nessun baffuto verrà in tuo soccorso da questo cattivo finale, stavolta.

Si tratta sempre della solita minestra riscaldata. Spesso vero, soprattutto se si pensa che il target di riferimento degli eventi digital sono quasi sempre gli stessi addetti ai lavori o i wannabe (gli aspiranti). Considerando che i secondi sono ancora proporzionalmente maggiori rispetto ai primi, ecco che spesso si va a disco rotto, peggio di ripetere lo stesso livello da incubo per i più scafati. Ora, se però l’offerta non evolve la “colpa” è della domanda. Penso che nessuno farebbe un corso sulle bandiere delle nazioni centroafricane, no? E se invece ci fossero iscritti, tanti iscritti? Molti li farebbero. Finché il livello non si alza a una certa soglia, è inutile proporre corsi davvero avanzati sulla SEO o sul Social. Saranno sempre necessari dei corsi starter*.

Nessuno porta mai i propri numeri ma solo casi esteri. Anche qui, più di un fondo di verità c’è: personalmente trovo anch’io noiosa questa tendenza, molto accademica, di riportare il successo degli altri. Passi un professore universitario, ma se il plus dell’addetto ai lavori è proprio quello di ESSERE un addetto ai lavori… diavolo, mostra quello che fai te. Non comprendo il concetto del “mi rubano i segreti“, anzi più uno si mostra più poi è costretto a fare di meglio (filosofia molto Saiyan) ma capisco bene invece la rottura di scatole dei fogli e dei controfogli di privacy che fanno sottoscrivere molti clienti. Si può cercare di oscurare il nome del cliente o sviluppare casi propri, che poi alla lunga ti portano alla sana conseguenza di non dover dipendere più da mille capi (si, i clienti di prima).

Si parla del nulla. Come sopra, quello che è il nulla per qualcuno è qualcosa per qualcun altro: può dare fastidio ma tocca stacce.

E adesso è il turno degli..

Integrati

Ragà, siamo dentro all’evento! Selfieeeee ;)

Gli integrati hanno dalla loro un atteggiamento più costruttivo di base, almeno in teoria. Dico così perché spesso – sebbene ripeto è un pregio – l’unica cosa che interessa costruire è la lista contatti, sfociando talvolta in un altro atteggiamento molto italico: la leccata. Poi magari mi sbaglio io che sono composto al 70% da cortisolo e al 30% di percentuali ad minchiam e in realtà sono tutti “davvero euforici” (cit.). Ecco le argomentazioni degli integrati degli eventi digital:

  1. “Viene Cippolippo, è proprio bravo”
  2. Si impara sempre qualcosa di nuovo.
  3. I casi che portano dall’estero sono più interessanti.
  4. Chi non viene è solo perché rosica ed è invidioso.

“Viene Cippolippo, è proprio bravo”. Chi lo dice che è bravo? Sicuro che non è la fama che si è costruito, il personal brand impeccabile che però nasconde un cliente che altri non è lo zozzone sotto casa? Oh, va da sé che se ha costruito un buon personaggio, vuol dire che qualcosa sa fare. Si, essere riconosciuti pro è già di per sé un elemento a favore, è un lavoro. C’è da capire quanto sia replicabile per altre realtà, d’altronde un famoso proverbio dice “fatti u nomu e assettati” (fatti il nome e siediti, che i risultati vengono per quello).

Si impara sempre qualcosa di nuovo. Altro luogo comune che purtroppo può essere smentito. Intendiamoci, io sono il primo che ha un pattern, una metodologia settati e se vado a tre eventi in un mese, con le dovute correzioni, il succo quello è, se l’intervento richiesto è lo stesso. Se ti dice male di incontrarmi tutte quelle tre volte nello stesso mese, magari alla terza ti scocci pure. Questo è il caso-limite. L’altra variante, più generalizzata è che sebbene ci sia un mondo davvero da scoprire lì fuori, per un motivo o per un altro finiamo a danzare sempre davanti lo stesso albero. Una soluzione può essere diversificare del tutto il target. Ad esempio, è stato molto costruttivo – ma ho fatto una fatica boia – riorganizzare il classico corso SEO base per una platea totalmente avulsa alle logiche del Web e anche del mercato: dei sindacalisti. Probante, ma è stato davvero un altro corso. Inoltre dire “Internet è l’utopia anarcocapitalista realizzatasi” a un gruppo di post-trotkzisti è come schiacciare a canestro contro una squadra di bassotti.

I casi che portano all’estero sono più interessanti. Questa l’ho sentita per davvero, e più volte, soprattutto in ambito startup. Il tessuto italiano delle PMI magari non sarà eccitante o da telefilm ma è il mercato di riferimento, se ci si lavora come primario, e bisogna adattarsi e strutturare i propri casi studio funzionali a questo tipo di mercato. Poi certo, la storia di Apple e la crescita delle attività di Elon Musk sono motivanti ma se si fossero chiamati La Mela ed Elia Muschio forse la storia sarebbe andata diversamente, magari anche meglio, ma secondo i nostri parametri. Non parlerei di tattica sacchiana a dei rugbysti né farei vedere la tecnica di swing di baseball a dei calciatori. Che ci azzeccherebbe?

Chi non viene è solo perché rosica ed è invidioso. E mi faccio altri selfie con la linguaccia e la L sopra la testa (il gesto canzonatori per loser, perdente). Dai, che cavolo, posso capire l’atteggiamento da groupie ma porca miseria manco le scolarette manga sono così infantili.

Ok, chicco bello Ben, ma alla fine a chi o a cosa servono gli eventi digital?

In my humble opinion, sarò più scontato delle cotolette che scadono due giorni dopo: innanzitutto a chi li organizza. Se l’evento è riuscito, oltre a dare lustro e creare un appuntamento fisso, sono un ottimo modo per differenziare il proprio fatturato. Eeee si, davvero, con i corsi si può guadagnare; ecco perché l’esplosione del settore. OhmioddiosipuòguadagnarescandaloKAASTAA!

Certo, dannazione, siamo qui per questo. Fosse anche per un ritorno indiretto di clienti (se il corso non è per wannabe a meno che il core business sia l’erogazione dei corsi). Cioè, ma uno si sbatte tanto per? Ovvio che l’ideale sarebbe proporre il miglior corso, evento, chiamalo come ti pare. E non solo per un discorso di etica e blablablabla. Ma semplicemente perché è MOLTO lucrativo. Fosse per me, mi sposterei tanto più su questo ambito, anche perché mi diverte. Poco alla volta.

Però, eccettuati i più sgaruppati degli eventi, si può avere un ritorno finanche da partecipante pagante: il networking dal vivo. Ne parlo nell’ultima parte di Interceptor Marketing e mi premeva approfondire in questo post.

Tocca fasse notà.

Questa frase la pronunciò una mia collega di università al primo giorno. Seriamente, potevo prendere e lasciare tutto dopo. Boutade o meno, con quelle tre parole ha lasciato più il segno che i tre anni successivi (vabbé che ho fatto Scienze Politiche mi dirai..). La frase, per la cronaca, era rivolta agli studenti mica ai professori/docenti/relatori.

Tocca fasse notà. Certo, non sbracciandosi o facendo figure peregrine ma in modo studiato e di valore. Come gli eventi migliori.

In questo caso, servono a tutti. Il networking, del resto, è globalizzante. Quindi, se domani vedi un corso dove c’è un relatore che è – davvero – di livello o comunque si tratta di un ambiente in cui puoi stringere le mani con chi puoi collaborare domani, vacci di  volata. Come sopra, è una soft skill di enorme valore, a volte persino più della preparazione tecnica specie se over-rated (sopra avanzata) in un mercato non certamente di punta come quello italiano.

I più maligni, io in primis – che sono una persona pessima – , potrebbero pensare che è tutto un circus, un grosso spettacolo come il wrestling. Se è necessario, indossa i mutandoni e buttati nella mischia. La campanella ha suonato.

Davvero, cosa ne pensi?

Benedetto Motisi

Sito personale : www.seojedi.it
SEO e Copywriter Freelance.
Ho tenuto e tengo corsi per Upter, Politecnico di Milano, DoLab School di LUISS.
Aiuto ogni giorno singoli e aziende a trovare la giusta visibilità sul canale Search.

Libri scritti da Benedetto Motisi

30 Flares Google+ 4 Twitter 0 Facebook 0 LinkedIn 26 30 Flares ×

Replica

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

30 Flares Google+ 4 Twitter 0 Facebook 0 LinkedIn 26 30 Flares ×