Equo compenso: ma equo per chi?

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Ti sei mai chiesto come mai da un giorno all’altro il prezzo di memorie USB, hard disk, tablet, smartphone e compagnia bella è aumentato o, nella migliore delle ipotesi, non è diminuito, come ci si aspetterebbe in questo settore dopo qualche mese dall’introduzione sul mercato?

Giusto qualche giorno fa leggevo un articolo su Repubblica in cui si  accennava al cosidetto equo compenso per la copia privata.
Partiamo dal fatto che non avevo la benché minima idea di cosa fosse ‘sta benedetta copia privata. La SIAE lo spiega così, se vuoi leggilo. Ti avviso, è una noia mortale.

In pratica, è una tassa introdotta a tutela del diritto d’autore che viene applicata sui dispositivi capaci di registrare o riprodurre contenuti protetti da diritti d’autore (la normativa consente, infatti, di avere una copia personale, per sicurezza e backup, di ogni dvd, cd o Blu-ray del quale si possiede ovviamente l’originale; la tassa in questione serve a coprire questa possibilità).

La logica di fondo è: non riusciamo a combattere la pirateria, così, invece di abbassare il prezzo di canzoni, film, spettacoli, preferiamo aumentare il prezzo dei dispositivi di archiviazione e riproduzione, punendo da una parte i “pirati del web”, ma purtroppo anche tutti coloro che non intendono infrangere le regole.
Questo è un particolare di non poco conto.

Fatta questa premessa, a mio avviso, si tratta - per citare Wired – di una tassa (l’ennesima) senza alcun senso e anche un po’ anacronistica, se vogliamo,  visto che ormai praticamente nessuno si fa più la copia privata alla quale allude la Legge.
L’utenza italiana (e non solo) infatti preferisce di gran lunga lo streaming rispetto al download. In pratica, non usufruisce per niente di questa copia privata.

E sono del mio stesso avviso gli utenti di Twitter che così commentano l’uscita del decreto.Twitter_Equo compenso_Copia privata

Secondo un sondaggio di Accenture la maggior parte dei consumatori sarebbe persino disposta a pagare un prezzo maggiore pur di poter godere delle possibilità offerte dalla Rete: in molti preferirebbero investire in un abbonamento domestico o mobile a banda larga per poter fruire più facilmente di servizi come Spotify, Infinity e SkyOnline, senza quindi dedicare tempo (e spazio di memorizzazione) a canzoni e film.
Nonostante la sempre più crescente domanda, Netflix e Amazon Instant Video non sono sbarcati dalle nostre parti. Perché? Ma proprio perché non sono convinti che l’utenza italiana sia pronta a supportarli adeguatamente dal punto di vista della rete.

Allora io mi chiedo: perché non si investe in un settore nuovo, come quello dello streaming andando così incontro alla domanda (e all’arrivo di un’ulteriore offerta), creando mercati nuovi? Inoltre questa opzione andrebbe per prima cosa a vantaggio dei detentori dei diritti. Ma pare proprio che si preferisca insistere e incaponirsi su un’abitudine che oramai nessuno più ha.

Di male in peggio: nonostante la legge del 2009 sull’equo compenso per la copia privata sia molto controversa, a gettare benzina sul fuoco interviene il Ministero dei Beni Culturali, che ha annunciato di voler pubblicare, nei prossimi giorni, delle tabelle aggiornate, riportanti dei ritocchi considerevoli: gli smartphone subiranno una correzione  da 0.90 euro a 4 euro fino a 16 GB di memoria.
La stessa sorte la subiranno tablet Pc, che fino ad ora erano esenti.
Per quanto rigugarda invece memory card, SD o microSD, aumenteranno di 0.36 euro, mentre i DVD di 0.20 euro (si noti che il prezzo di un DVD è talvolta inferiore all’importo della tassa stessa…)

Come al solito, per far digerire l’ennesimo aumento di tasse, il decreto prevede che una parte di questi introiti possano andare a finanziare la promozione dei giovani artisti. Ma sa di contentino, ecco. Molto molto -ino.

Il ministro Franceschini scrive sulla sua pagina Facebook:Pagina Facebook Franceschini_copia privataBeh, da che mondo è mondo le conseguenze delle tasse applicate su chi produce alla fine le pagano i consumatori, che sono gli utenti finali. Figuriamoci se i produttori di smartphone sarebbero disposti a farsi carico di questo incremento pur di non andare a svuotare le tasche dei consumatori. In fondo, a loro che gli frega?
A volte mi chiedo se facciano sul serio o se palesemente ci prendono per i fondelli.

Gli italiani non c’hanno più una lira, oramai lo si sa. Lo dicono in continuazione. In più non dimentichiamoci che l’aumento dell’IVA al 22% è stata una grossa batosta per tutti noi (tranne per chi evade le tasse, ovvio!).
Se l’unico settore che non accusa questa crisi è quello tecnologico, allora perché non spingerlo ulteriormente e andare a tagliare le gambe a dei pesi morti che ci portiamo avanti da anni ed anni?
Un esempio? La cara (in tutti i sensi) e vecchia (ma vecchia) SIAE.
Lo sai quanto costa allo stato? 200 miliori di euro e ha un debito che supera il miliardo di euro. Secondo i dati del 31 dicembre 2012, la SIAE conta 1298 dipendenti e il suo bilancio è in forte perdita. Com’è che ‘sto carrozzone sta ancora in piedi? Vive solo grazie a proventi finanziari derivanti da attività cosidette straordinarie.

In pratica la SIAE spende ben 200 milioni di euro per racimolare e ridistribuire 535 milioni di euro, che salgono a 608 milioni grazie ai compensi della copia privata.

Non vi pare che si tratti di una assurdità bella e buona?
Beh, come giustamente si chiede Fabrizio Ventre nel suo post, perchè invece di adeguare le tasse agli altri paesi europei, non si adegua anche il costo degli enti pubblici?

E questa sì che è una bella domanda!

Come sempre, ai posteri l’ardua… risposta.

Marilisa Dones

Redazione

Sito personale : WebinTesta
Coltiviamo la passione per il Web portando avanti i progetti editoriali di Web Book e di webintesta.it ma coscienti di non essere dei guru come i nostri autori. Abbiamo molte cose da imparare ma sicuramente molte altre da insegnare.

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