La violenza online nasce dalle tue dita

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Viviamo giorni liquidi. Senza punti di riferimento. Viviamo giorni nei quali la violenza online ha cambiato forma ed è diventata sottile e sfuggente. Ne vediamo molta, ma è quasi diventata consuetudine. Non fa più effetto. Non si parla di guerre e bombe, ma di cose piccole. Gesti usuali, difficili da catalogare come forme di violenza. La violenza di oggi non corre più nelle trincee, non si issa più sulle barricate, non si svela tra i confini o nelle stanze del potere.

La violenza di oggi, la violenza di genere, la violenza sulle donne, la violenza domestica, la violenza sui social network, sembra una serie di gesti apparentemente insignificanti che diventano sistemici. La violenza di oggi sfugge, perché è più che altro violenza psicologica. È una serie di gesti che sembrano azioni di poco conto, sfuggenti alla legge, gesti enormi mascherati da bagatelle.

Questo è il momento di arrivare alla radice della violenza, al posto dove nasce. Nasce dalle dita che sfiorano lo schermo del nostro telefonino. Sì, anche dalle tue e dalle mie. Nasce dal meccanismo che parte dai messaggi con lo smartphone. Su ogni tipo di piattaforma, con ogni genere di app. Tolgo subito un equivoco. Lo smartphone è una macchina. Non ha colpe quando si parla di violenza. Nemmeno meriti. L’ecosistema delle reti sociali combinato con le caratteristiche dei device mobili: è in quel luogo “non luogo” che nasce la violenza. Fatta di gesti piccoli. Fatta dai messaggi sulle piattaforme che, mediando la comunicazione senza prendersi la responsabilità di farlo con etica, fungono da barriera che nasconde il violento. Che opera con gesti che, presi singolarmente, ci sembrano ormai insignificanti. I quali, però, messi insieme diventano un uragano che stravolge esistenze.

Nel sistema dei social network che ci vogliono passivi a guardare dal buco della serratura le vite degli altri, è facile sfiorare lo schermo ed essere violenti. Il difficile è rendersene conto. Tra uno scroll e l’altro tutti, proprio tutti, agiamo nascosti dalla mediazione del social network. E andiamo oltre. Un commento sessista, una guardata ad account di qualche graziosa minorenne, uno stampatello (che sul web è un urlo) per rispondere a un inetto che non la pensa come noi. In questo territorio dove cadiamo tutti, prosperano i peggiori. Da lì alla diffusione di una foto intima, da un messaggio che tutti a posteriori si commenta con un “dai, scherzavo!” alla violenza, il passo è breve. Non è il dark web, è il vicino di casa, l’amico, sei tu. Credi di non offendere… e ti lasci andare.

Anche la violenza di genere online è una spirale fatta di cose piccole. Bastano pochi click per arrivare alla pornografia, pochi per arrivare alla pedofilia. Beh, quello è un crimine riconoscibile. Lo è meno il piccolo gesto sopra le righe. Un gesto che scredita, umilia, offende, passa sopra il corpo di donne e uomini con la leggerezza di un dito che sfiora un tasto. Un sistema radicato nel modo di pensare, un sistema di uomini che guardano le parti intime delle donne con nessuna remora sul web, sui social, scrollando le time line sul telefono. Siccome si può fare, allora si può anche mandare una foto delle proprie parti intime. Tanto è uno scherzo. Tanto è cosa da poco. Faccia a faccia è un po’ più difficile, vero maschietti?

Anche la violenza domestica può passare dagli schermi di uno smartphone. Può essere invasione delle sfere personali, controllo, pressione, insistenza. Cose piccole, no? Già, cose che nel tempo diventano stalkerware. Diventano spiare la tua donna perché è tua proprietà. Eppure queste cose piccole che diventano enormi nessuno le ferma. Perché nessuno è ancora andato a fermare la fonte della violenza online. Nemmeno la legge.

C’è bisogno di una nuova cultura, di una nuova etica. C’è bisogno di rendersi conto che la vita virtuale, le relazioni online sono una parte della nostra vita fisica. Ce lo ha insegnato il 2020 con il suo messaggio di morte e con la pandemia più antisociale della storia. Fino a ieri tutti urlavano la loro su qualsiasi social network. Oggi forse qualcuno ha iniziato a rendersi conto che l’interazione virtuale è importante. Durante il lockdown ci siamo ritrovati come migranti su un barcone nel Mediterraneo intenti ad andare da un mondo a un altro. Soli. Con lo smartphone in mano come unico strumento per rivendicare la propria esistenza in vita. Con lo smartphone abbiamo salutato un nonno, un padre, una madre che il giorno dopo non c’era più…

Lentamente abbiamo smesso di sfiorare gli schermi senza pensare, abbiamo tolto qualche punto di intensità alla violenza sui social network e alla violenza di sistema. Certo, la disperazione è rimasta, la polarizzazione e la faziosità della società anche, ma perfino i più ignoranti hanno avuto l’occasione di rendersi conto che le reti sociali, il web e gli smartphone che abbiamo tra le mani sono strumenti di relazione potenti. Ancore di salvezza per non perdersi.

Se la sorgente della violenza online e sui social network è sullo schermo dei nostri smartphone, allora togliamola di lì. Smettiamo di schiacciare “invia” dopo aver scritto un commento sarcastico, uno stampatello urlante, un volgare apprezzamento su un bel corpo femminile. Lo smartphone non se ne avrà a male. Lo smartphone è la nostra arma più importante per cambiare. Fa quello che gli diciamo, pubblica quello che digitiamo. Sradicheremo così la violenza che corre sul web. Fatta di piccole gocce che spesso diventano uno tsunami.

Ringraziamo Francesco Facchini per questa approfondita disamina sul tema della violenza online, un aspetto molto delicato della nostra vita virtuale con ripercussioni profonde anche sulle relazioni umane, fisiche, intrecciate fuori dal mondo virtuale.

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