Cos’è il Bitcoin

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Prefazione

Cosa succederebbe se la quantità di moneta disponibile nel mondo non venisse decisa dalle Banche Centrali ma da un algoritmo? E se la certezza (e la rigidità) di regole prefissate e immutabili si sostituisse all’imprevedibilità delle decisioni arbitrarie dei regolatori? Che bisogno abbiamo di maneggiare il denaro, quando ormai non riporta più neanche la dicitura “pagabile a vista al portatore” come un tempo?

Queste ed altre domande sono le tipiche vie di avvicinamento all’argomento bitcoin, ma in realtà la vera domanda che viene ad una persona comune quando sente parlare di bitcoin per la prima volta è: “Ma che cos’è un bitcoin?”.

Stando agli articoli dei giornali, e ad alcune pubblicità che si incontrano in Internet è uno strumento su cui speculare, secondo altri è essenzialmente un protocollo, ascoltando i più fanatici sarebbe una rivoluzione capace di soppiantare l’intero sistema monetario globale.

In realtà è tutte queste cose, come scopriremo leggendo questo libro. Bitcoin è un tema case sensitive: “bitcoin” con l’iniziale minuscola è il mezzo di pagamento, la moneta virtuale, mentre “Bitcoin” con la maiuscola è l’applicazione dell’innovativo protocollo che sta alla base del suo funzionamento.

L’argomento bitcoin può essere approcciato sia con esempi concreti, con dei racconti, sia con metodiche spiegazioni puntuali. Nel libro avrete l’occasione di trovare entrambi: dove possibile la divulgazione accessibile viene privilegiata, dove necessario la spiegazione metodica è puntuale. Il rischio principale quando si avvicina un argomento come il bitcoin è quello di trovarsi per le mani un testo scritto da un tecno-entusiasta, che Evgeni Morozov definirebbe un “soluzionista” ed un lettore comune crederebbe proveniente dal misterioso regno di Geeklandia. In questo libro troverete invece spiegazioni accessibili e argomentazioni tecniche, ma mai con la benda calata sugli occhi. L’obiettivo del libro, insomma, non è convincere di una qualche tesi, ma svelare il mistero, anzi i misteri, di bitcoin per permettere al lettore di farsi la propria opinione sull’argomento.

La mia, ad esempio, è che i bitcoin siano senz’altro un possibile strumento di trading, che possano anche essere un mezzo di pagamento – almeno finché c’è qualcuno che li accetta – mentre penso che non abbiano alcuna possibilità di diventare un sistema monetario capace di sostituire le monete tradizionali, a causa della rigidità della struttura di base, che impedisce di apportare i dovuti correttivi.
Buona lettura!

Andrea Boda

 

Introduzione

Cresciuto durante la pesantissima crisi che ha colpito Stati, banche e famiglie nel 2009, il bitcoin ha attinto alle tecnologie informatiche più robuste e collaudate per offrire uno standard aperto, neutrale e pseudonimo di gestione della proprietà.
In un mondo che sta smaterializzando moltissimi aspetti della vita quotidiana, possedere beni digitali è diventato naturale ed enormemente semplificato. Foto, musica, film, libri: tutto sta assumendo sembianze così complesse che molto presto la separazione tra digitale e materiale sarà pressoché indistinguibile. Questo passaggio è già in atto anche per il denaro; gran parte della nostra ricchezza è memorizzata digitalmente: partendo dal contante, sosti– tuito in misura crescente da carte di credito e strumenti di home banking, troviamo anche finanziamenti (si pensi alle vecchie cambiali), titoli in borsa, atti e perfino documenti di notorietà firmati digitalmente.
Le stesse banche centrali oggi erogano con questo sistema titoli e moneta, mettendo a frutto l’enorme vantaggio dell’era informatica: qualsiasi bene digitale può essere replicato e copiato infinite volte, ciascuno identico al suo originale, sia esso un’immagine, una canzone o – per chi può – un euro.
La “rivoluzione nella rivoluzione” del bitcoin è un piccolo mattoncino digitale che, per la prima volta, non può essere creato a piacimento, ma anzi ogni singola unità ha validità e rarità certificate tramite algoritmi crittografici. Questa caratteristica permetterà sempre più di accostare un bene materiale (per sua natura unico e difficile da duplicare) a un bene digitale la cui autenticità e rarità saranno definiti da formule matematiche impossibili da ingannare.
Il bitcoin non è nato nei laboratori sotterranei di qualche grande multinazionale, ma è stato creato da singole persone, le quali liberamente hanno scelto di aggregarsi e alimentare il fenomeno, offrendo il proprio contributo mosse da curiosità, idealismo, avidità, paura o perfino disperazione.

C’è LASZLO HANYECZ, il pigro programmatore della Florida che il 21 maggio 20101 ha chiesto a qualcuno della community di mandargli a casa una pizza in cambio di 10.000 bitcoin (rigorosamente con la b minuscola in quanto si tratta dell’unità di conto), un importo che poteva essere scambiato per poche decine di dollari (circa 40) sull’ormai scomparso BitcoinMarket. Questa vicenda racchiude due record: è considerata la prima transazione di bitcoin come una moneta normale e quella potrebbe essere definita la pizza più costosa della storia, in quanto oggi quei bitcoin potrebbero valere milioni.
C’è JASON KING, il fondatore di Sean’s Outpost e proprietario di un’area di circa 3.5 ettari a Pensacola in Florida: in questo luogo, oggi definito come il santuario degli homeless, chi ha perso tutto può entrare e avere tregua dall’oppressiva ordinanza locale che vieta in tutta la contea di essere poveri, ovvero dormire all’aperto, lavarsi e cucinare in pubblico o chiedere elemosina. Tutto è iniziato quando Jason ha raccontato alla community Bitcoin che nel suo Outpost può preparare e portare un pasto ad un homeless per 1,25 dollari. All’epoca dei fatti bastava 1 bitcoin per dare da mangiare a quaranta persone: in sole 24 ore sono arrivati 12 bitcoin, il giorno dopo ancora di più, raggiungendo un ritmo di donazioni sufficiente per acquistare quel terreno da tre ettari e mezzo, il santuario, pagarne il mutuo e ribattezzarlo Satoshi Forest.
Abbiamo la storia di SATOSHI DORIAN NAKAMOTO, l’attempato signore (di chiare origini giapponesi) che una mattina si è ritrovato il giardino antistante la sua casa in California invaso di giornalisti e curiosi, erroneamente indotti a pensare che fosse l’ormai leggendario (e ipoteticamente miliardario) Satoshi Nakamoto. La community, seguendo l’iniziativa del guru ANDREAS ANTONOPOULOS, ha raccolto 23.000 dollari in bitcoin per donarglieli: da un lato troviamo quelli che hanno creduto alla storia sui giornali e l’hanno voluto ricompensare come se fosse il “vero” Nakamoto, dall’altro ci sono quelli che gli hanno voluto dare un piccolo indennizzo per aver ricevuto tutta questa stupida attenzione.
C’è anche JULIAN ASSANGE, il fondatore di Wikileaks, che oggi riceve metà delle donazioni dalla community Bitcoin e quelle delle altre monete matematiche. Nel novembre 2010 Wikileaks subì un duro colpo, con la chiusura del sito e il blocco di ogni trasferimento di denaro da parte delle più diffuse carte di credito. Già allora la community conosceva le potenzialità del bitcoin, ma Nakamoto in persona8 scrisse che era troppo presto, che la moneta era troppo giovane e ci sarebbe stato tempo per andare in suo aiuto.
C’è la vicenda di ROSS ULBRICHT, il giovane ingegnere di Austin (Texas) che mosso da ideali liberali e tanta incoscienza ha amministrato per anni il marketplace Silk Road, definito l’Amazon delle droghe, utilizzando lo pseudonimo Dread Pirate Roberts. Grazie a questa attività “il pirata” ha continuato ad accumulare enormi ricchezze (si stima 800.000 bitcoin), almeno fin quando l’FBI non l’ha arrestato, contestandogli una serie molto lunga di capi d’accusa che includono commercio di droga, riciclaggio e aver tentato di assumere un killer professionista. In molti nella community ritengono che tutto questo sia una montatura (Ulbricht su Silk Road aveva soltanto il ruolo di arbitro nelle controversie e una parte nella gestione tecnica), al punto da organizzare una campagna di crowdfunding per sostenerlo. Qui il bitcoin ha rovinato la festa a parecchi: Ulbricht, in attesa di processo, è rimasto in carcere, i venditori su Silk Road hanno perduto irrimediabilmente i bitcoin rimasti sulla piattaforma (finiti sotto sequestro con la chiusura del sito) e altri sviluppatori dopo pochi giorni hanno lanciato vari cloni con un servizio analogo, svuotando il provvedimento di un effetto più tangibile.
La vicenda può vantare risvolti insoliti: da un lato questo avvenimento, contrariamente alle previsioni, ha influenzato in modo trascurabile il tasso di cambio, ridimensionando la storiella che l’uso prevalente del Bitcoin sia il commercio di droga o armi. Dall’altro l’FBI, come fa normalmente in questi casi, ha tentato di confiscare gli averi di Ulbricht, scoprendo che i suoi bitcoin non erano a disposizione di nessuna banca.
La soluzione più ovvia sarebbe stata quella di chiedergli la password dei suoi wallet (il software che custodisce normalmente i bitcoin) ma il Quinto Emendamento lo protegge da ogni pressione ad incriminarsi da solo.
Il risultato è bizzarro: abbiamo questo ragazzo in carcere ancora ricchissimo, i federali che non sanno come fare per togliergli questo enorme privilegio e i compagni di cella che fanno a gara per entrare nelle sue grazie (sperando di ricevere un po’ di bitcoin in cambio).
Purtroppo altre storie come questa non mancano: CHARLIE SHREM, il fondatore di Bitinstant (uno dei primissimi exchange bitcoin-dollaro), è stato fermato dall’FBI con un’accusa di riciclaggio per l’ammontare di 1 milione di dollari. Shrem ritiene che questo sia stato un pretesto per colpire lui e indirettamente la Bitcoin Foundation (di cui all’epoca era membro del direttivo) in quanto dopo mesi dall’arresto non sono stati prodotti sufficienti capi d’accusa per avviare un processo. Shrem inoltre ha portato l’esempio di HSBC, uno dei più grandi gruppi bancari al mondo, multato a causa di mancati controlli su circa 670 miliardi di dollari, ritenuti di proprietà dei cartelli messicani (coinvolti in traffico di droga e riciclaggio) o utilizzati per il commercio con Paesi sotto embargo tra cui Iran, Libia o Sudan. In questo caso nessuno di HSBC è stato incriminato o arrestato, sebbene la portata sia infinitamente più estesa.
Due pesi e due misure?

Appare evidente che molte di queste vicende siano riconducibili all’utilizzo del bitcoin come moneta: se quindi da un lato abbiamo il protocollo che sintetizza la trasmissione peer to peer e la crittografia a doppia chiave, dall’altro si è diffuso il suo utilizzo come valuta di scambio trasmessa su Internet, senza il bisogno di intermediari.
Obiettivo di questo libro è dare una testimonianza di quanto sia complesso, non solo sul piano tecnologico, il fenomeno del bitcoin, con l’intento di offrire un primo sguardo sulle sue grandissime opportunità. Perché è proprio l’eterogeneità del tema trattato, che passa dalla crittografia alla macroeconomia, a richiedere uno sforzo collettivo mai visto prima d’ora: occorre superare una visione monodimensionale sulle criptovalute e la blockchain, in un percorso che può richiedere ad economisti di capire la crittografia, o a matematici di studiare il diritto che per secoli ha guidato il commercio tra uomini. Sarà altrettanto difficile immaginare il bitcoin come qualcosa di statico e definibile una sola volta: lo scenario in cui si muove è in costante movimento, mentre il dibattito politico (che cerca di capire se sia una moneta, un titolo finanziario o un semplice bene soggetto a baratto) potrebbe richiedere importanti se non drammatici cambi di rotta, sia sul piano filosofico e ideologico, sia su quello pratico ed imprenditoriale.
Dalle origini fino alla fine del 2010 il Bitcoin è stato un protocollo peer to peer difficilmente comprensibile, qualcosa ancora in attesa di trovare un reale scopo e di diffondersi. C’erano già alcuni bug piuttosto importanti (celebre quello del 6 agosto 2010, poi corretto, che permise di creare 184 miliardi di bitcoin in pochi istanti) e una frizzante community guidata da Nakamoto in persona.
Il punto di svolta può essere individuato nel momento in cui questo protocollo diventa realmente moneta, partendo dal già citato episodio della “pizza di Laszlo”, acquistata per 10.000 bitcoin nella primavera 2010: a distanza di pochi mesi (novembre 2010), il tasso di cambio era passato da 0,004 a 0,26 dollari (+ 6400%), innalzando il controvalore teorico di quella pizza a circa 2600 dollari. L’ascesa è stata inarrestabile: dalla parità tra un bitcoin e un dollaro, pietra miliare raggiunta dal celebre exchange MtGox a febbraio 2011, all’equivalenza tra un bitcoin e un’oncia d’oro nel dicembre 2013, tappa utile per visualizzare una salita tal– mente ripida da richiedere una scala di tipo logaritmico.

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Molto probabilmente ancora oggi ci troviamo dentro una parentesi speculativa sul tasso di cambio, la quale contribuisce a diffondere l’idea (affascinante ma riduttiva e sbagliata) che una criptomoneta sia innanzitutto uno strumento di arricchimento finanziario, spregiudicato e pericoloso, totalmente fuori controllo da Stati e banche.
Il bitcoin non è da considerarsi soltanto una valuta deregolamentata, decentralizzata e altamente speculativa, ma l’inizio di un nuovo corso tecnologico che da un lato porta alla rarità e all’unicità di un bene digitale, dall’altro può liberare l’economia dalle sovrastrutture sociali e politiche a cui gli individui, per nascita, possono essere sottomessi.

1. Scoprire il bitcoin

1.1. La moneta

Il 30 ottobre 2008, in un messaggio inviato al newsgroup gmane.comp.encryption.general, SATOSHI NAKAMOTO “in persona” propose un primo stringato documento, il cosiddetto Satoshi Paper, con l’obiettivo di spiegare per la prima volta cosa fosse il bitcoin.
La sua premessa è adamantina: nell’era dell’informazione la maggior parte dei pagamenti, da quelli più piccoli fino alle banche centrali, è di tipo elettronico (electronic payment).

Ciascuno di questi pagamenti, sebbene sia digitale, non basa la certificazione dello scambio su crittografia matematica (come avviene per esempio con l’autenticazione tramite password) ma su meccanismi di fiducia (trust) e intermediazione che appartengono a un’altra epoca, quando non c’erano i privilegi dell’informatica.
Il bitcoin di Nakamoto è quindi senz’altro anche una moneta, unica e globale, racchiusa in uno standard in grado di funzionare al di fuori di quel perimetro valutario ben marcato (e difeso) da Stati e banche.
Comunque sia, nonostante siano passati anni dalla sua nascita, il bitcoin non ha ancora un livello di maturità paragonabile alle valute garantite dagli Stati, anzi secondo alcuni studi (tra cui quello di GOLDMAN SACHS) si dovrebbe limitarlo al ruolo di commodity anziché una moneta vera e propria.
In questa ricerca è interessante la tesi del prof. ERIC POSNER della Chicago University, il quale indica il bitcoin come una moneta non regolamentata, unregulated currency, simile nei principi a molteplici altri esempi che si sono susseguiti nella storia, tra cui il sistema bancario americano del XIX secolo.
Posner cita l’oro tra le unregulated currencies più longeve della storia, vedendo numerose similitudini rispetto al bitcoin. Se da un lato è ovvia la differenza sul piano puramente materiale, il punto è che secondo la sua analisi si può dimostrare come questo tipo di valuta non abbia bisogno di valore intrinseco per funzionare.
L’oro è difficile da individuare ed estrarre (pertanto è raro), offre un ottimo bilanciamento tra peso specifico e valore, è facile individuare impurità ed eliminarle, non è soggetto a ossidazione (quindi dura nel tempo) e infine può essere suddiviso in tante parti senza perdere valore. Tutte queste caratteristiche, secondo Posner, non hanno nulla a che vedere con il valore intrinseco di questo metallo prezioso, che anzi viene considerato trascurabile, ma ne definiscono il ruolo di preferenza come mezzo di scambio, specialmente dove non ci sono mercati o valute comuni su cui fare affidamento.
Non solo, nel mondo moderno è pressoché impossibile assistere allo scambio fisico di pepite d’oro: non a caso gran parte del trading di questa commodity viene effettuato su titoli (i cosiddetti ETF o Exchange Traded Fund) quotati in dollari, euro o altre valute.
Il termine commodity è calzante per due motivi: lo scambio avviene su unità e qualità standard, inoltre vige il principio di fungibilità, ovvero ogni unità è per convenzione indistinguibile da un’altra.
Se quindi partiamo da quest’ultima tesi, con il bitcoin potremmo fare riferimento ad una commodity negoziabile, quindi soggetta a tasso di cambio e flussi di domanda/ offerta: in questo caso l’unica differenza rispetto ai comuni beni indifferenziati (come i titoli agricoli, energetici, carni o metalli) sarebbe il processo di estrazione, produzione, stoccaggio e diffusione, il quale avviene completamente in formato digitale (al netto dell’energia elettrica necessaria).
Potremmo quindi essere di fronte ad una nuova tipologia di commodity: la differenza con un ETF qualsiasi sarebbe trascurabile (o comunque legata a semplici definizioni o regolamenti) in quanto questi ultimi sono già da anni scambiati in forma digitale. Dobbiamo però ricordare che il bitcoin è soggetto a difficoltosa regolamentazione e semplicità di scambio: questi due punti (specialmente l’immunità ad intermediazione) possono rendere impervia la strada per diventare un titolo da quotare nelle borse tradizionali.
Questa risposta arriverà molto presto, basterà analizzare i risultati ottenuti dal Winkelwoss Bitcoin Trust e i rispettivi emuli. Alla luce di quanto detto, per il bitcoin la definizione di commodity è probabilmente fuorviante, sia per la sua componente puramente immateriale, sia perché viene scambiato quotidianamente come se fosse una moneta.
Anzi è proprio grazie alla sua funzione di moneta se oggi abbiamo un numero molto ampio di siti e-commerce che lo accettano, a cui si stanno affiancando sempre più esercizi20 di tipo brick and mortar.
A ben vedere, l’utilizzo di un bitcoin-commodity come moneta non è semplice come sembra, proprio in virtù delle sue continue oscillazioni sul cambio.
Comunque sia, per guadagnarsi questo status il bitcoin deve essere messo alla prova delle classiche “tre funzioni”:

  • mezzo di scambio
  • riserva di valore
  • unità di conto.

Senza fare esercizi stilistici, è chiaro che riserva di valore e unità di conto sono caratteristiche estranee al bitcoin, a causa della marcata fluttuazione sul tasso di cambio. Viceversa il mezzo di scambio è quello che offre le maggiori opportunità, specialmente se ci caliamo in un contesto puramente digitale e globalizzato come il commercio elettronico su Internet.
La capacità di essere un rapido e sicuro mean of payment, unito alle doti di irreversibilità della transazione, ha portato la community a intravedere nel bitcoin una moneta libera e neutrale, specialmente tra coloro che sono commercianti.
Grazie a questa vision oggi possiamo sostenere che il bitcoin ha già un posto pronto ad attenderlo, non tanto all’interno degli opulenti ambienti finanziari presenti negli Stati Uniti o l’Unione Europea, ma piuttosto in tutti quei Paesi dove la maggior parte della popolazione è unbanked e non può godere di infrastrutture forti come quelle del dollaro o dell’euro.
Queste popolazioni non hanno alcun conto in banca, sono spesso assoggettate a politiche monetarie aggressive e devono sottostare a tariffe d’intermediazione molto elevate se vogliono trasferire denaro, con costi che possono facilmente raggiungere il 30 o 40 per cento del totale scambiato. Prendiamo come esempio la piattaforma M-Pesa, lo strumento di pagamento basato su telefonia mobile diffuso da Vodafone: si tratta di una rivoluzione praticamente sconosciuta al mondo occidentale, ma che partendo da Kenia e Tanzania ha di fatto conquistato gran parte del subcontinente indiano e l’Africa. M-Pesa ha ricevuto molti consensi in quelle località dove è difficile l’accesso ad una banca (in certe aree occorre fino a un giorno di viaggio) e si corrono elevati rischi nel trasporto di denaro contante.

M-Pesa e la sua moneta – chiamata e-float – dimostrano che un mezzo di pagamento digitale, parzialmente svincolato dagli Stati, diffuso tramite telefonia mobile è possibile già oggi, anche in quei Paesi dove la ricchezza pro-capite è molto più bassa della media occidentale e si tenderebbe ad immaginare una scarsa alfabetizzazione tecnologica.
Possiamo quindi affermare che ci sono aree dove esistono già valute non completamente sotto il controllo di Stati e banche centrali; il punto è quello di riuscire ad integrarle nel sistema finanziario già in essere, rispettandone le regole più basilari, come le questioni anti-riciclaggio e la sicurezza infrastrutturale.

Prima di analizzare dove in questo scenario si inserisce il bitcoin, è interessante accennare i motivi che portano alcuni economisti, tra cui Krugman, a ritenerlo una criptovaluta incompatibile con gli strumenti monetari oggi utilizzati.
Il bitcoin, a cui si aggiungono tutte le monete matematiche ad esso ispirate, ha caratteristiche totalmente opposte alle dinamiche di sviluppo predicate da John Maynard Keynes, basate su meccanismi di credito e inflazione che hanno guidato gran parte delle economie occidentali nell’ultimo secolo.
Questo accade perché l’infrastruttura matematica dietro il protocollo Bitcoin prevede un’offerta predefinita e decrescente, programmata per concludersi definitivamente al raggiungimento di 21 milioni di unità. Omettendo momentaneamente come funziona l’algoritmo che gestisce i meccanismi di “zecca”, possiamo stimare che fino al 2016 (durante la cosiddetta seconda era del block rewarding, che garantisce 25 bitcoin a blocco) la nuova immissione di moneta sarà vicina al 10% annuo, continuando a calare tramite “scalini” che la dimezzeranno nel triennio 2017-2020, al 3.5% annuo, e nel quadriennio 2021-2025, all’1.7%.

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È evidente che nessun tipo di economia moderna, basata (almeno nei principi) dal bilanciamento controllato tra credito e debito, possa sostenersi su un’infrastruttura monetaria di questo tipo, ancor più se ci troviamo in una fase storica come quella attuale, dove la diluizione del debito accumulato avviene tramite inflazione, indotta da strumenti molto complessi come il quantitative easing e altre attività che per loro natura sono possibili solo in presenza di monete fiat.

La parola fiat, di provenienza latina, non ha origini casuali: con la sospensione della convertibilità del dollaro in oro, annunciata dal Presidente Nixon il 15 agosto del 1971, è iniziato un rapidissimo declino degli accordi di Bretton Woods, a cui è seguito il periodo in cui le riserve auree hanno cessato di limitare l’emissione di moneta.
Da quel momento è giusto pensare che gran parte degli Stati abbiano iniziato a stampare cartamoneta con maggiore facilità, decidendone arbitrariamente (anche se sempre in base ad indicatori economici) la quantità in circolazione.
La definizione fiat money riguarda pertanto una moneta creata a comando, in un processo nel quale il piccolo risparmiatore vede svalutarsi in modo costante e imprevedibile il denaro che ha accantonato, con maggiore incidenza nei periodi di crisi finanziaria.
La contrapposizione con un algoritmo che toglie questa arbitrarietà ai governi è netta: molto probabilmente siamo di fronte ad uno dei motivi che hanno spinto la diffusione del bitcoin anche verso le frange più idealiste, libertarie e anarchiche della Rete. In questi casi non è raro imbattersi in tesi, più o meno audaci, che predicano l’abbandono di un’economia basata sul credito, affrancandosi dalla dipendenza al debito inteso come uno strumento di schiavitù moderna.
Simili prese di posizione sono state abilmente strumentalizzate dai media per sminuire e deridere l’ideologia del bitcoin: viceversa la community (e non solo) si sta impegnando per contrastarle, proponendo un ruolo di piattaforma alternativa su base volontaria, in grado di offrire un mezzo di scambio svincolato dai monopoli monetari e da quelle politiche, più o meno inflazionistiche, che ne derivano.

Chiusa questa parentesi teorica, molto utile per capire il contesto ideologico su cui il bitcoin si sta scontrando con le istituzioni già esistenti, possiamo tornare al tema della moneta come mean of payment, ovvero un mezzo di pagamento in concorrenza con i circuiti di denaro elettronico oggi diffusissimi. Calato in questo contesto, e una volta assoggettato a un minimo di regolamentazione di stampo puramente pratico, è evidente che l’infrastruttura decentralizzata del Bitcoin è una killer application per tutti i tipi di moneta complementare:

  • la componente puramente informatica la rende una moneta molto “veloce”
  • la base crittografica la rende molto sicura e difficilmente falsificabile
  • la trasmissione peer to peer riduce la necessità di infrastrutture.

Naturalmente rimane aperto il punto riguardante l’unità di conto, problematica già risolta in modo più che soddisfacente dagli operatori oggi sul mercato: da un lato le richieste di pagamento in bitcoin scadono dopo quindici minuti (oltre i quali l’importo viene ricalcolato), dall’altro viene offerto (come nel caso di Coinbase) il riacquisto dell’importo appena speso, “ricaricando” le proprie riserve istantaneamente, azzerando l’esposizione al tasso di cambio.
Quest’ultimo punto merita di essere approfondito: dato un certo prodotto in vendita per 100 euro, il venditore richiede un controvalore in bitcoin ricalcolato istantaneamente sul tasso di cambio. Quando l’acquirente effettua il pagamento decide anche la strategia finanziaria da adottare: scambiare bitcoin per quel prodotto (che spesso viene offerto con sconti vantaggiosi) riducendo le proprie riserve di criptovaluta o, come avviene in gran parte dei casi, procedere subito dopo al cambio di 100 euro (tramite un exchange), reintegrando immediatamente i bitcoin appena spesi.

La strada che unisce una criptomoneta al suo protocollo passa proprio da qui: mettere a frutto un velocissimo perimetro di scambi globale (a somma zero tra fornitori e consumatori) che sia rapido, economico, sicuro e trasparente. L’istituzione finanziaria che per prima dominerà questo sottile equilibrio, diffondendo una valuta matematica basata sul bitcoin, avrà per le mani la moneta del futuro.

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Stefano Pepe

Sito personale : spepe.me
Cresciuto con una tastiera al suo fianco, fa dell'innovazione la sua professione. Divulga il fenomeno Bitcoin come unione tra economia e tecnologia

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